(di Giovanni LO NIGRO)
In Benin, Togo e Nigeria è presente una particolare forma di animismo: qui gli spiriti prendono tradizionalmente il nome di Vodun, in Togo ed in Benin, e di Orisha in Nigeria. Storicamente, questi spiriti e le pratiche cultuali magiche loro associate, le musiche i canti e le danze, valicarono l'Oceano Atlantico con la Tratta degli schiavi. Attorno ai culti provenienti dal Golfo di Guinea, dal Congo al Togo, culti che implicano la possessione da parte di uno spirito ancestrale, si concentrò la cultura di un popolo sradicato: gli schiavi videro nelle danze sacre un valido strumento di resistenza psicologica alla dura condizione a cui erano sottoposti e in un secondo tempo il mezzo attraverso cui organizzare le ribellioni.
Questi spiriti, vodun o orisha, sono tradizionalmente legati a culti di tipo famigliare ed esprimono nel loro contesto un ottimo strumento di regolazione delle tensioni che accompagnano i rapporti "faccia a faccia". Ciò avviene attraverso la condivisione di musica, canti e danze nella piccola dimensione sociale, un sapere rituale che è anche la memoria storica della famiglia estesa. In un tale contesto il potere religioso è esercitato tra sentimenti e affetti tipici della famiglia, connotati da un forte senso di identità comune: questi culti forniscono un'identità storico-famigliare nell'Africa tradizionale; la possibilità di un'identificazione con lo spirito nelle comunità di adepti del centro e sud America. L'esercizio del potere è controbilanciato, per chi lo detiene, da un'evidente e ineludibile responsabilità nei confronti dei conviventi: in un tessuto sociale costituito da rapporti faccia a faccia, detenere il potere dà pochissimi onori e moltissimi oneri. In un contesto sociale più ampio invece, come in grandi regni o stati, la storia ha mostrato la degenerazione delle qualità tipiche di un culto caratteristico della piccola dimensione sociale: nel regno precoloniale del Dahomey, ad esempio, si sono sviluppate forme di potere dispotico a partire da una legittimazione carismatica e tradizionale del potere, come avveniva negli antichi regni mesopotamici o americani. I re che governarono l'attuale Benin istituirono vodun pubblici allo scopo di unire tutte le popolazioni assoggettate da culti religiosi comuni: crearono una polizia sacra e bandirono, ognuno dal proprio regno, i culti caratteristici di quelle famiglie che avrebbero potuto ostacolarli nella gestione del potere, tradizionale o religioso.
Dopo essermi recato due volte in Benin per osservare le danze eseguite sul posto, che sono spesso associate a fenomeni di trance di possessione, ho tentato di interpretarle sulla base di una personale esperienza di danzatore. Estraniandole dal contesto, emergono l'universalità del loro linguaggio a livello espressivo e la loro efficacia come disciplina del corpo e della mente. Come appassionato di danza e musica africana ho seguito in particolare gli insegnamenti della FEIDA, la Federazione Internazionale di Danza Africana nata in Francia (negli ultimi quattro anni la Federazione ha laureato i primi professori di danza d'espressione africana, con un diploma di laurea breve).
In Europa, con danza d'espressione africana si intende una disciplina della mente e del corpo nata in Occidente, pur ispirandosi all'espressività africana come linguaggio universale; è una disciplina con caratteristiche proprie e specifici criteri pedagogici, che implicano tra l'altro un'analisi razionale dei movimenti compiuti nella danza. Nel lungo periodo, da sette a dieci anni, la pratica della danza d'espressione africana ha effetti trasformativi. Si sperimentano: un miglioramento dell'equilibrio psicosomatico, una maggior attenzione, migliori capacità di concentrazione, grande velocità di movimento e di pensiero, maggiore resistenza alla fatica. Gli effetti sono simili a quelli riconosciuti ad altre tecniche del corpo: la ginnastica preventiva cinese Tai-chi; la tecnica di difesa personale Hai-Ki-Do, che non a caso ricorda una danza; il teatro Buto giapponese; la Capoeira brasiliana. In particolare, la Capoeira è un'antica tecnica di lotta degli schiavi africani in Sud America, che incatenati alle mani trovarono pur sempre il modo di mantenersi in forma e di difendersi: infatti le evoluzione acrobatiche sono ancora oggi effettuate con proiezioni del corpo o delle gambe, mentre le braccia servono principalmente da difesa o per spostarsi, in posizione capovolta. Canto musica e movimento del corpo, le tecniche adottate nella capoeira, nella loro specificità sono tradizionalmente mutuate dalla danza tradizionale africana.
In generale, nella danza d'espressione africana a determinati passi e ritmi sono associati sentimenti e particolari vissuti emotivi indotti dal movimento e dall'armoniosità della musica percussiva: i danzatori dipingono la musica nell'aria con movimenti rapidi e circolari, di tutto il corpo e di ogni parte del corpo. La musica africana, come gran parte della musica popolare tradizionale di tutto il mondo, ha caratteristiche che le consentono di entrare eccezionalmente in sintonia con l'uomo: lo inducono spontaneamente a "vibrare" al ritmo di poliritmie asimmetriche. In natura, queste poliritmie contraddistinguono i ritmi degli esseri viventi che non abbiano perso la capacità di vibrare, come spontaneamente fanno gli animali: queste vibrazioni sono necessariamente asimmetriche, come lo è il nostro corpo e sono l'effetto della combinazione di più ritmi, come più ritmi vitali regolano il nostro organismo. La vibrazione è centrale nell'ascolto della musica dal vivo, nella danza e, in contesti specifici, nell'entrare in stato di transe di possessione divina
Se interpretiamo la transe nel senso di un normale fenomeno di stato di alterazione di coscienza indotto dal nostro vibrare, possiamo iniziare ad affrontare ciò che è il vissuto personale di ognuno di noi con maggior chiarezza. Riconducendo infatti il termine "transe" al suo significato originario di "passaggio", noi possiamo sperimentare uno stato di transe, di alterazione dello stato di coscienza per effetto del tempo atmosferico, per una bella o una brutta notizia, innamorandoci, per un evento funesto, oppure per una danza, per una musica, per un semplice ritmo.
Tratto da: La Danza dei Vodun a Ouidah, Benin.
Transe e terapia in una religione animista dell'Africa Occidentale,
di Giovanni LO NIGRO,
relazione al SEMINARIO GIOVANI AFRICANISTI
del Centro piemontese di Studi Africani (CSA),
Anno Scientifico 1999.
GIOVANNI LO NIGRO è nato nel 1967; da dodici anni vive e lavora a Torino nell'ambito della cooperazione sociale. Laureato in Scienze Politiche, la sua passione per la musica e la danza di espressione africana lo ha portato a presentare nel 1998 una tesi in Antropologia Sociale: "La danza dei Vodun a Ouidah, Benin. Transe e terapia in una religione animista dell'Africa Occidentale".
